Siamo di fronte a un bravo giovane, contento di fare il proprio dovere, a posto con la sua coscienza. Si aspettava una benedizione di incoraggiamento - "continua così che vai bene" - e invece quello che gli propone Gesù è un capovolgimento di vita, a cominciare delle ricchezze da dare ai poveri. In sostanza gli dice: "Sei cresciuto nell'osservanza dei comandamenti, ma sei prigioniero delle tue sicurezze, non ti manca nulla salvo una cosa: la libertà. E allora pianta lì tutto e vieni e seguimi".
Non ho trovato niente che meglio esprima il confine fra le antinomie volere e dovere, libertà e obbligo, scelta e obbedienza. Ciò che più interessa a Colombo è riflettere sulla percezione soggettiva di tale confine. In altre parole: due persone hanno lo stesso comportamento, ma l'una per dovere, l' altra perché lo ha scelto; l'una per obbedire, l'altra perché ne è profondamente convinta. Il confine fra i due modi di dire "sì" è sottile ma tutt'altro che irrilevante.
Che succede invece quando uno dice "no", cioè disobbedisce, non fa il proprio dovere? E' il caso dell'obiezione di coscienza all'obbligo di leva, che il codice militare di pace assimila alla disobbedienza grave. In questo caso non c'è dubbio che il volere prevale sul dovere, che si tratta insomma di una libera scelta, più o meno validamente motivata. Ne parlo essendo stato nel 1962 (avevo già 26 anni) il primo obiettore di coscienza cattolico in Italia (un marchio che mi è rimasto per tutta la vita).
A monte di questa mia scelta c'era un cammino di formazione nel quale confluivano le motivazioni più diverse: il pericolo dell'olocausto atomico (soprattutto dopo la crisi dei missili di Cuba) percepito (non solo da me e stranamente allora più di oggi!) come un incubo; la lettura di Gunther Anders; la vicinanza a gruppi pacifisti laici o religiosi (allora molto piccoli); le frequentazioni antimilitariste anarchiche; i campi di lavoro con il Servizio civile internazionale; l'aiuto a nascondere i disertori francesi dalla guerra d'Algeria; la conoscenza di Jean van Lierde, un obiettore di coscienza cattolico che andai apposta a trovare a Bruxelles; il film Tu non uccidere di Autant-Lara... e potrei continuare.
Tutto questo si innestava nell'inquietudine di un giovane di provincia, di famiglia proletaria, "dissidente" nelle file dell'Azione cattolica, che alla Corsia dei Servi di Milano aveva la fortuna di abbeverarsi alle fonti del cattolicesimo più avanzato che preannunciava il Concilio: le letture fatte e le persone incontrate allora mi hanno segnato per sempre. E spero di essere riuscito a sdebitarmi (almeno un po') scrivendo la biografia di uno che c'era (e c'è ancora!), padre Camillo De Piaz, pubblicata l'anno scorso (Sulla frontiera, Libri Scheiwiller).
Allora solo un paio di teologi francesi e qualche maestro di fede - come don Primo Mazzolari - sostenevano l'obiezione di coscienza sia pure come un volere (cioè una "vocazione") non certo un dovere di tutti i cattolici. A me bastava e trovavo più di una conferma nei padri della chiesa precostantiniana. Sentite, ad esempio, che cosa scrive San Cipriano (III sec.): «Il mondo gronda di sangue fraterno. L'omicidio è considerato delitto se commesso da singoli ma, se organizzato e attuato collettivamente, lo chiamano valore» (Epistola a Donato, 6).
Mi sentivo insomma chiamato a una libera scelta di testimonianza che diventava per me un dovere (percorrendo così - ma in senso inverso - la strada proposta da Colombo, cioè assumere il dovere come libera scelta). Era una decisione controcorrente, la mia, esposta al pubblico dileggio (non si scherzava con "Dio-Patria-Famiglia"!) e mi consolava l'affermazione di Gandhi: «nelle questioni di coscienza, la maggioranza non conta".
Certo in quei primi anni '60 era così inaudito, inconcepibile che un cattolico, proprio in nome della "nonviolenza evangelica", rifiutasse di fare il militare che fino all'ultimo non ci hanno creduto nemmeno i miei più cari amici: "sarai mica matto?".
Tralascio i particolari della vicenda. Dico solo che il processo davanti alla Corte marziale (gennaio 1963), che i più avveduti delle alte sfere politico-militari avrebbero voluto evitare, è stato come un piccolo fiammifero che incendia una grande prateria. L'obiezione di coscienza in Italia non è stata più la stessa grazie non tanto al mio fiammiferino ma agli interventi autorevoli di padre Ernesto Balducci e di don Lorenzo Milani, che hanno prolungato la risonanza del "caso Gozzini" fino al 1966 pagando di persona molto più di me per la loro coraggiosa e autorevole solidarietà (denunce e ostracismi, processi e condanne).
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